Smettere di resistere: la compassione come forza per cavalcare l’onda
Di fronte alla pressione, all’incertezza o a un carico di lavoro che sembra chiedere sempre troppo, l’istinto primordiale si attiva in due modi: o ci si lascia sommergere dalla fatica, o si stringono i denti e si costruisce una corazza.
Alziamo un muro, diventiamo duri e andiamo avanti per inerzia, convinti che la rigidità sia l’unica forma di protezione possibile.
Il problema è che la rigidità è un’illusione di controllo.
Più ci induriamo per resistere agli urti, più diventiamo fragili, aridi e isolati.
Una struttura rigida non assorbe l’impatto: si spezza al prossimo scossone.
Esiste una terza via, che non ha nulla a che fare con la ritirata o con l’evitamento. Significa imparare a navigare il mare per come si presenta, senza l’ambizione assurda di svuotarlo o di calmare le onde a comando.
L’errore dell’evitamento
Gran parte della sofferenza moderna deriva dal tentativo costante di evitare il disagio. Cerchiamo di aggirare l’stacolo, di anestetizzare la fatica, di rimandare il confronto con la complessità o con il dolore.
Ma evitare non risolve. Prolunga solo la tensione, lasciandoci esausti e separati dalla nostra stessa vitalità. Nessuno può impedire all’oceano di muoversi.
La tempesta arriva, le scadenze premono, i contesti in cui viviamo e lavoriamo si fanno complessi e, a volte, dolorosi. L’obiettivo della presenza non è creare una bolla di finta quiete in cui nulla ci tocca, ma sviluppare la capacità di stare nel mezzo del crollo restando interi.
La compassione è una forza radicale, non una carezza
È qui che entra in gioco la compassione.
Dobbiamo liberare questa parola dai malintesi del sentimentalismo: la compassione non è un atteggiamento sdolcinato, non è autocommiserazione e non è debolezza. Al contrario, è una forza radicale e viscerale.
La compassione è l’attrezzatura necessaria per navigare.
È ciò che ci permette di:
restare aperti quando l’istinto vorrebbe farci chiudere: permettendoci di guardare in faccia la realtà, la fatica e l’ambiguità senza girare lo sguardo
rimanere radicati: trovando un centro di gravità nel corpo che non ha bisogno di difese o di armature per sostenere l’impatto
mantenere la lucidità: smettendo di combattere l‘onda, l’energia sprecata nella resistenza si trasforma in chiarezza d’azione.
Essere compassionevoli significa avere il coraggio di sentire la fatica senza giudicarci deboli perché la stiamo provando.
Significa tenere spazio per il dolore senza farsi sommergere, mantenendo intatta la nostra umanità e la nostra capacità di scelta.
Dalla visione alla pratica
Saper navigare non è un concetto astratto da comprendere intellettualmente, è una competenza che si coltiva attraverso il corpo e la presenza quotidiana.
Significa imparare a riconoscere dove stiamo trattenendo la tensione, dove stiamo alzando un muro e dove, invece, possiamo ammorbidire la presa per ritrovare stabilità.
Non si tratta di non cadere mai dalla tavola, ma di sapere come risalire, con precisione, gentilezza e concretezza.
Cavalcare le onde è un webinar gratuito nato per tradurre questa visione in strumenti reali e pratici, capaci di trasformare non solo il nostro modo di vivere la difficoltà, ma l’impatto che portiamo nei nostri contesti quotidiani e professionali.
Ci vediamo online lunedì 13 luglio alle 19:30.
Per partecipare e riservare il tuo posto, trovi il modulo di iscrizione direttamente nella pagina dedicata del nostro sito.
Ti aspetto,
Gaia