Il tempo della scarsità: cosa ti toglie senza che te ne accorgi
Da un anno mi sto curando per un problema alle gambe.
Sono cure arrivate fuori da ogni previsione, e per me sono necessarie: un bisogno reale, che il corpo mi ricorda ogni giorno. Le ho scelte con convinzione e continuo a sceglierle.
Un anno è un tempo lungo.
Abbastanza per vedere da vicino un meccanismo che conosco da sempre e che si ripresenta puntuale, a ogni nuova fattura, a ogni nuovo appuntamento.
Un conto che si fa da solo, spesso la sera. Quanto costa, cosa sposto, cosa rimando a dopo.
E dietro al conto, una sensazione più grande: il lavoro da portare avanti, gli impegni già presi, le persone che contano su di me.
Tutto insieme, tutto addosso.
Il troppo che incombe, e la certezza silenziosa di essere poca per reggerlo.
Questa voce ha un nome, e riconoscerlo mi ha aiutata molto.
La mente della mancanza
Rob Nairn la chiamava poverty mentality, la mentalità della povertà.
È uno stato della mente che guarda ogni cosa attraverso ciò che manca: tempo, energie, denaro, capacità.
Può abitare anche chi ha abbastanza, perché riguarda il modo di guardare più che ciò che davvero abbiamo.
Brené Brown ne parla come di scarsità, la cultura del mai abbastanza.
Quella che ci fa svegliare già in debito, con il primo pensiero del mattino rivolto a ciò
che è mancato: il sonno, il tempo, le forze.
Chi l'ha provata sa bene cosa succede all'attenzione quando la mente entra in questo stato.
Si restringe, come dentro un tunnel.
Vediamo con grande nitidezza l'urgenza che abbiamo davanti e perdiamo di vista tutto il resto: le alternative, le risorse che abbiamo, le persone intorno a noi.
La paura occupa spazio, e ne lascia pochissimo proprio alle scelte lucide di cui avremmo bisogno.
Una paura reale, in un tempo precario
Lo dico con chiarezza: questa paura è reale, e la conosco dall'interno.
I conti li faccio davvero, le rinunce le sento davvero.
Viviamo in una precarietà concreta.
Contratti a termine, lavori a progetto, prezzi che salgono, una sanità in cui le attese si allungano e curarsi richiede spesso risorse proprie.
E questa precarietà ha tutta l'aria di restare con noi a lungo.
Chi aspetta tempi più tranquilli per stare meglio rischia di aspettare per anni.
Per questo la domanda che mi interessa riguarda il come.
Come si abita questo tempo, restando lucidi, presenti e capaci di prenderci cura.
In quest'anno di cure ho capito una cosa con il corpo, prima ancora che con la testa: allenarsi ad abitare questo tempo con la mindfulness e la compassione è una condizione fondamentale.
È la base su cui tutto il resto può appoggiarsi: le scelte, il lavoro, le relazioni, la salute.
La reazione di allarme arriverà ogni volta.
Fa parte di noi, ed è lì per proteggerci: stringe il campo, accelera, ci spinge al riparo.
Quello che possiamo allenare è ciò che succede subito dopo.
La mindfulness ci insegna a vedere il tunnel mentre ci siamo dentro.
A riconoscere il pensiero della mancanza come un pensiero, a tornare al corpo, ad allargare lo sguardo a ciò che c'è davvero. È la capacità di restare nel presente quando la mente corre avanti, verso il futuro peggiore.
La compassione aggiunge ciò che la paura cerca disperatamente: un senso di sicurezza.
La mente della mancanza oscilla fra l'allarme e la corsa, fra la paura di perdere e l'affanno di fare di più, avere di più.
La compassione apre un terzo spazio, fatto di calore, di vicinanza, di cura.
Ed è da lì che la mente torna a vedere le alternative, le persone, le risorse.
Insieme, mindfulness e compassione ci permettono di stare dentro la scarsità con i piedi a terra e di muoverci con intelligenza al suo interno.
Come ogni capacità, questa si costruisce con la pratica regolare, nei giorni ordinari, per averla disponibile nei giorni difficili.
In quest'anno le sere di conti sono state tante.
Ogni volta la pratica mi ha restituito qualche secondo di spazio, e in quei secondi ho potuto scegliere.
Come ci si allena, nella vita di tutti i giorni?
Per me comincia dal riconoscere la voce.
Quando parte il conto serale, provo a chiamarlo per nome: mente della mancanza, di nuovo lei.
Rob insisteva molto su questo gesto semplice, vedere il pensiero come pensiero.
Basta questo per aprire un piccolo spazio fra me e la paura.
Poi torno al corpo.
I piedi a terra, il respiro che scende, il peso che si appoggia sulla sedia.
L'allarme si placa attraverso il corpo molto prima che attraverso i ragionamenti, e quando il corpo si calma anche il tunnel si allarga.
A quel punto posso guardare i fatti.
Mi aiuta scriverli su un foglio: le cifre vere, le scadenze vere.
La mente proietta l'anno peggiore possibile, il foglio contiene questo mese.
Quasi sempre il foglio è più gestibile del film.
E accanto a quello che manca, provo a guardare quello che c'è.
Brenè Brown chiama questo contrappeso il senso dell'abbastanza.
Per me è una pratica concreta: le competenze che ho costruito, le relazioni che mi sostengono, l'esperienza che mi porto dietro.
C'è poi il tono con cui mi parlo.
La voce che accompagna la paura è spesso dura, esigente, severa.
Rivolgermi a me stessa con la gentilezza che userei con una persona cara cambia la qualità del momento, e con essa la qualità delle scelte.
Perché alla fine, dentro la scarsità, scegliere è inevitabile.
Le scelte fatte nel panico somigliano a tagli alla cieca.
Quelle fatte a mente aperta diventano una direzione, anche quando comportano una rinuncia.
Per me le cure sono salite in cima alla lista, e ogni volta che le confermo so perché.
Una questione che riguarda tutti
La mentalità della scarsità lavora anche su scala collettiva.
Gruppi, organizzazioni, comunità in cui tutti si sentono in debito diventano più competitivi, più chiusi, più stanchi.
Ognuno difende la propria piccola riserva.
Una comunità che si allena a stare nella scarsità con presenza e cura mantiene invece la capacità di collaborare, di condividere, di cercare soluzioni insieme.
Dentro un noi le risorse si moltiplicano.
Per questo considero la pratica una forma di cura essenziale, al pari di quella che dedico alle mie gambe.
È l'allenamento che ci permette di attraversare questo tempo restando interi.
La scarsità resta una condizione del nostro tempo.
Imparare ad abitarla è la competenza di cui abbiamo più bisogno, e si allena.
Gaia