Anch’io

Anch'io.
Due parole. E cambia tutto.
Le ho sentite tante volte, nelle formazioni e nei ritiri. 
Qualcuno si espone, racconta la fatica che si porta addosso da mesi, la paura di mollare, la vergogna di arrancare.
E da un'altra sedia arriva quell'anch'io, quasi sussurrato.

Quando succede, lo sento nel corpo. 
L'aria della stanza si scioglie. Chi ha parlato respira per la prima volta da quando ha cominciato. 
Chi ha risposto si scopre sollevato quanto l'altro.
La fatica è ancora lì, tutta intera. 
Il macigno, invece, è rotolato via.

Perché il macigno vero ha poco a che fare con la fatica.
Il macigno è la convinzione di essere gli unici a restare indietro.
Tutti gli altri ce la fanno. 
Tutti hanno le giornate in ordine, i conti che tornano, la forza per reggere. 
Solo io arranco. 
E dentro questa convinzione cresce una sentenza, silenziosa e feroce: il problema sono io.

Lo conosco bene, questo macigno. 
Da un anno mi curo le gambe. 
Cure arrivate fuori da ogni programma, un lavoro da tenere in piedi fra un appuntamento e l'altro. E per mesi ho portato tutto in silenzio. 
Con il sorriso in aula e il nodo allo stomaco la sera. 
Convinta che fosse una faccenda mia, da sistemare da sola, senza disturbare nessuno.
Quel silenzio pesava più delle gambe.

La scarsità isola

La mente della scarsità funziona così. 
Stringe lo sguardo su ciò che manca, e in quel tunnel ci siamo solo noi. 
Gli altri li vediamo da fuori, nella loro versione migliore, lucidata. 
Noi ci vediamo da dentro, con ogni crepa, ogni notte agitata, ogni pensiero ripassato tre volte.

E allora ci chiudiamo. 
Tagliamo le telefonate, le cene, il gruppo di pratica: quando ci si sente in debito sembrano lussi. Nascondiamo la fatica per paura di essere giudicati, di pesare, di sembrare deboli.

E il cerchio si stringe. 
Alla fatica si aggiunge la solitudine, alla solitudine la vergogna. 
Il peso raddoppia, poi triplica.

Chiudersi ci sembra una protezione. In realtà ci toglie proprio l'ossigeno di cui avremmo più bisogno.

La forza della compassione

Qui la compassione mostra quanto sia tutto tranne che morbida.
Uno dei suoi pilastri è riconoscere che la sofferenza ci accomuna. 
Che la paura di restare senza, l'affanno, la sensazione di essere sopraffatti attraversano milioni di persone in questo stesso momento. Adesso. Mentre leggi.
Quando lo sento davvero, nel corpo, la domanda cambia. 
Da "cosa sbaglio io?" a "cosa stiamo attraversando insieme?". 
E la vergogna perde la sua presa.

Serve coraggio per dire anch'io. 
Serve coraggio anche per accoglierlo. 

È un gesto che espone, che toglie la maschera, che ci rende visibili proprio nel punto in cui avremmo voluto sparire. Ed è esattamente lì che la vicinanza diventa possibile.
Quando ho cominciato a parlarne, alle persone care, alle colleghe, ogni volta è arrivato qualcosa. 
Un consiglio, un contatto, una storia simile alla mia. 
Soprattutto è arrivato lo spazio per respirare.

Uscire dall'isolamento si allena

Sì, anche questo si allena. 
Con la pratica, con il corpo, con piccoli gesti che chiedono ogni volta un po' di coraggio.
Rispondere con una frase vera a chi ci chiede come stiamo. 
Restare accanto a chi ci racconta la sua fatica, con tutta la presenza di cui siamo capaci, prima di correre a sistemare. 
Chiedere aiuto, anche quando la voce dentro pretende che ce la caviamo da soli. 
Tornare a praticare in gruppo, dove il silenzio condiviso regge anche i giorni in cui da soli crolleremmo.
In un tempo precario come il nostro, tutto questo ha un valore enorme. 
Una comunità in cui ognuno si crede l'unico a restare indietro è una comunità spezzata, stanca, in competizione. 
Una comunità in cui si può dire anch'io diventa capace di reggere, di immaginare, di prendersi cura.
Tutto comincia da due parole. 
Dette con il cuore in gola, in una stanza piena di persone che aspettavano solo di sentirle.

Anch'io.

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