Non far compassione
Mia nonna Elsa, la Giudecca e una parola che ho dovuto reimparare
Quando sento la parola compassione, la prima immagine che mi arriva è il volto di mia nonna Elsa.
Abitava alla Giudecca. Era una donna forte, allegra, ottimista, di quelle capaci di trovare il lato buono in qualsiasi cosa. Aveva un repertorio di frasi che ripeteva spesso, e una in particolare mi è rimasta addosso per decenni, detta in veneziano:
"Non far compassione."
Voleva dire: tieni la schiena dritta, lascia perdere il ruolo della vittima, evita di far pietà.
Per anni quella parola ha avuto per me esattamente quel sapore lì.
Compassione uguale debolezza, uguale pietà, uguale qualcosa da schivare con cura.
Poi, molti anni dopo, mi ritrovo seduta in un percorso di formazione e sento dire che la compassione è una delle qualità da allenare per vivere una vita piena.
La mia prima reazione è stata una domanda secca: in che senso?
Da lì è cominciata una piccola ricerca, e ho scoperto una cosa che ha spostato tutto. La parola che noi traduciamo con "compassione" arriva dal sanscrito karuna, e dice qualcosa di molto diverso da quello che immaginavo: karuna significa cura in azione, prendersi cura in modo attivo, di sé e degli altri.
Che cambio di prospettiva.
Eppure, anche con la traduzione in mano, dentro di me restava qualcosa che stonava. Le parole delineano quello che sentiamo, in un certo senso costruiscono il nostro mondo, stabiliscono cosa possiamo desiderare e cosa preferiamo tenere lontano. E "compassione", in italiano, si porta dietro secoli di pietà, di sguardo che scende dall'alto verso chi sta male. Resta stretta rispetto alla qualità che alleniamo davvero, e dice poco dell'atteggiamento che coltiviamo quando pratichiamo.
Quando una parola fatica così tanto, l'unica via che resta è l'esperienza.
Qui ci viene in aiuto qualcosa che conosciamo tutti: la cura autentica verso noi stessi. L'ennesimo paio di scarpe, il dolcetto comprato al volo alla fine di una giornata storta fanno piacere, e ogni tanto ci stanno tutti. La cura autentica però vive un passo più in là: sta nel riconoscere ciò di cui ho davvero bisogno e nell'agire di conseguenza, anche quando la cosa giusta risulta scomoda, anche quando chiede uno sforzo.
È tenere nel profondo del cuore il proprio bene e avere il coraggio di fare quello che serve.
Detta così, credo che la mia nonna sarebbe stata d'accordo, perché questa qualità ha la schiena dritta: nel volersi bene in modo sano c'è tutta la forza che lei mi raccomandava.
Una volta che questo movimento diventa familiare dentro di noi, si estende con naturalezza. Lo stesso metro lo portiamo verso gli altri e verso il mondo: verso le persone, dove la cura prende la forma della comprensione, capire davvero di cosa ha bisogno chi ho di fronte, oltre a quello che immagino io; e verso il mondo, dove si traduce in piccoli gesti che fanno molta più differenza di quanto crediamo, perché mettono in movimento chi li compie e chi li riceve.
Sentire la sofferenza, la propria e quella degli altri, e muoversi per alleviarla: due gesti che con il tempo diventano un modo di stare nelle giornate.
E qui arriva la parte che mi sorprende ogni volta, anche dopo anni di pratica. Chi allena questa qualità racconta una lucidità nuova: la stessa giornata piena, con dentro una mente più sgombra e la libertà di scegliere cosa merita attenzione. Racconta di attraversare le conversazioni difficili restando presente, con il corpo e il cuore accesi. Racconta una forza che stupisce, quella di chi resta in piedi accanto al dolore e scopre di avere risorse più profonde di quanto immaginava.
Attraverso quello che ci pesa, cresciamo.
È proprio da questo punto che comincia l'allenamento della compassione: trasformare una parola che suona strana, o perfino scomoda, in una forma profonda e autentica di cura per sé.
Il Compassion Based Living Course nasce per accompagnare questo passaggio: otto settimane online, in partenza il 28 settembre, dedicate ad allenare la compassione verso se stessi, verso gli altri e verso il mondo, con le pratiche e la struttura della Mindfulness Association. Otto settimane per attraversare anche le resistenze che emergono lungo la strada, quelle che ho incontrato io e che ognuno incontra a modo suo.
Se vuoi farti un'idea prima di decidere, ci troviamo lunedì 14 settembre alle 19.30 nel webinar gratuito "Quando tutto è troppo": un'ora insieme, io e Antonella Buranello, per guardare da vicino il troppo di questo periodo e sentire cosa apre questa pratica. Nell'ultima parte raccontiamo anche il percorso delle otto settimane.
Ti aspettiamo.
Gaia