Perché partecipare a un ritiro di mindfulness?

Stiamo preparando gli ultimi dettagli del ritiro con Vin Harris che si terrà dal 29 al 31 maggio 2026 e mentre finalizzo il programma mi torna in mente il mio primo vero ritiro di mindfulness, nel 2013, con Rob Nairn e Heather Regan Addis.

Il primo ritiro con Rob Nairn e Heather Regan Addis

Prima di allora non sapevo nemmeno cosa fosse un ritiro di meditazione. O meglio, ne avevo sentito parlare, meditavo in un centro buddhista e il mio primo insegnante di meditazione tornava da un ritiro di ben quattro anni in Scozia. Avevo l'idea di un ritiro come qualcosa di lungo e complesso, con tante regole, e ammetto che un po' mi spaventava. Quando Heather mi propose di organizzare il ritiro con Rob Nairn ammetto di aver pensato: oddio, e adesso cosa si farà?

Tuttavia, la mia fiducia nella mindfulness era già così forte da farmi andare oltre le perplessità, e così lo abbiamo fatto. E ho scoperto la vera essenza di un ritiro: ricevere istruzioni e avere il tempo di metterle davvero in pratica, di rodarle, di sentirle, di metterle in discussione. In quel ritiro ho sentito la forza degli insegnamenti di Rob, ho potuto farli sedimentare e notare cosa succedesse in me mentre lo ascoltavo.

C'è anche un altro elemento che non avevo considerato e che ha completamente cambiato la mia idea sul ritiro: stare insieme agli altri partecipanti per alcuni giorni. La comunità che si crea, il rituale dei pasti, andare a mangiare insieme, fare silenzio insieme sono tutte piccole cose che contribuiscono a creare uno spazio sicuro e di apprendimento, dove sentirsi liberi di sperimentare.

Sì, nei ritiri c'è anche il silenzio: all'inizio anche questo mi preoccupava, ma poi ho visto quanto sia utile e anche naturale, talvolta. Non si tratta di un silenzio punitivo o di una regola asettica calata dall'alto. Il silenzio, in un ritiro, è un contenitore dinamico, uno spazio di risonanza in cui smettiamo di usare le parole per difenderci, per giustificarci o per dare una forma artificiale a ciò che proviamo. Quando spegniamo il rumore di fondo della reattività quotidiana, quello che resta non è il vuoto. È la densità di ciò che tratteniamo. In quel silenzio condiviso emergono l'ambiguità, la stanchezza profonda, ma anche la chiarezza. Ed è qui che la mindfulness smette di essere un concetto astratto e diventa una pratica profonda, un lavoro di radicamento. Si impara a stare con la complessità del momento presente senza l'urgenza di doverla risolvere.

Ritiro di mindfulness

Un ritiro non è una fuga dal mondo. Al contrario, è uno spazio in cui ci si ferma insieme, si condividono i pasti, la pratica, il silenzio per imparare a tenere spazio per sé stessi e, allo stesso tempo, per gli altri. Qualcosa che poi si porta nei propri contesti, personali, lavorativi, familiari, con una postura diversa: meno reattiva, più presente, più lucida.

Oggi, mentre finalizzo il programma per le giornate con Vin Harris, sento che l'intento profondo è rimasto esattamente lo stesso di quel mio primo incontro nel 2013: offrire strumenti reali di trasformazione.

Non formule magiche, ma un terreno solido e protetto in cui sedimentare gli insegnamenti, guardare ciò che c'è e permettere alla propria presenza di farsi spazio. Un fine settimana per rallentare, guardare da vicino la pressione a cui siamo costantemente sottoposti e ritrovare un modo di vivere e lavorare radicato nell'integrità e nella gentilezza.

Indietro
Indietro

Cose Belle di Maggio

Avanti
Avanti

L’inganno del troppo: abitare la saturazione senza sparire