Quel troppo che ci fa girare lo sguardo
In questi giorni scorrevo le notizie da Ceuta e a un certo punto mi sono fermata su quello che mi stava succedendo addosso.
Il primo impatto è la paura. L'insicurezza di cosa può accadere, la sensazione di qualcosa di grande che si muove. E la paura chiama subito la minaccia: le reazioni rapide, l'irrigidimento, la chiusura.
Poi succede qualcosa che si può allenare: restare in quella sensazione pungente, sgradevole, e lasciarla stare lì senza doverci fare niente. E quando resto, si apre spazio anche per altro. Curiosità. Empatia. Punti di vista diversi.
Quel gesto minuscolo, il pollice che si ferma un attimo prima di scorrere via, ha un impatto molto più grande di quanto si possa pensare.
Perché il troppo, ho imparato, dipende molto poco dalla notizia.
La stessa identica notizia, letta un martedì mattina dopo una pratica e una camminata, la sento e resta una cosa seria. Letta un venerdì sera dopo tre riunioni difficili, diventa immediatamente insostenibile, e il pollice scorre da solo prima ancora che io decida qualcosa.
Stesso fatto, due esperienze diverse. Quello che cambia sono io.
È questo che mi ha fatto smettere di pensare al troppo come a una proprietà del mondo. Il troppo abita lo spazio fra quello che arriva e la capienza che ho in quel momento. È un rapporto, e come tutti i rapporti si può modificare da entrambi i lati: riducendo quello che entra, oppure allargando quello che tiene.
Il primo lato lo conosciamo bene. Riduzione dei social, digital detox, notifiche silenziate, misure sensate, che però lavorano tutte sulla stessa leva: fare entrare meno mondo.
Il secondo lato riceve molta meno attenzione.
Ed è quello su cui lavoro da anni, su di me prima che con gli altri.
Perché ovviamente anch'io scorro oltre. Anch'io faccio refresh su qualcosa di più leggero. Succede anche a chi insegna a stare.
E succede perché funziona. Il sistema di minaccia fa esattamente il suo mestiere: è veloce, restringe il campo, taglia il superfluo e mi porta al riparo. Ha protetto i nostri antenati e continua a proteggere noi.
Il punto è che questa competenza è nata per pericoli che duravano pochi minuti e stavano a pochi metri. Oggi la applichiamo a un flusso continuo di sofferenza lontana, che arriva ventiquattro ore su ventiquattro, su cui il corpo attiva le stesse risposte e le stesse fughe.
Quindi: pieno rispetto per l'evitamento, mio compreso. E insieme uno sguardo lucido su quanto ci costa quando diventa l'unica strategia disponibile.
Quello che fa davvero paura
C'è una cosa che ho notato su di me e che mi inquieta più della paura iniziale.
Girare lo sguardo si allena. Ogni volta che scorro oltre, esercito lo scorrere oltre. Divento leggermente più abile nel chiudere, e la volta successiva la soglia si abbassa un po'. È l'allenamento che nessuno di noi sceglierebbe consapevolmente, e che pure facciamo tutti i giorni, decine di volte, con il pollice.
E lo stesso meccanismo lavora su una scala molto più grande della mia. Paul Slovic la chiama l'aritmetica della compassione, e il risultato è scomodo: la risposta emotiva alla sofferenza si riduce man mano che i numeri crescono. Più sono quelli che muoiono, meno ce ne importa.
E il crollo comincia prestissimo. La fotografia di un bambino che soffre può ribaltare l'opinione pubblica su un tema intero. La fotografia di due bambini, molto meno.
Sembra un difetto morale ed è invece la conseguenza diretta di quel meccanismo di protezione: quando la scala supera la nostra capienza, il sistema abbassa il volume per lasciarci continuare la giornata.
Il prezzo lo paghiamo su due fronti. Verso l'esterno, perdiamo la possibilità di rispondere: si agisce per ciò che si sente, e ciò che smettiamo di sentire smette anche di chiamarci. Verso l'interno, il prezzo è più intimo, ed è quello che mi sta più a cuore.
Questa è la fetta di umanità che ci perdiamo. Molto più della conoscenza dei fatti: la nostra stessa capacità di essere toccati.
Sentire e reggere sono due cose diverse
Gli studi di Tania Singer mostrano che empatia e compassione muovono circuiti cerebrali differenti. Sentire il dolore dell'altro come proprio attiva le stesse aree del nostro dolore: è preziosa, è il fondamento di ogni legame. Però, quando resta sola e senza contenimento, scivola verso la sofferenza empatica, il ritiro, l'esaurimento, la protezione.
Ne deriva anche una correzione che usiamo spesso quando insegniamo: quella che chiamiamo compassion fatigue somiglia molto più a un affaticamento da empatia lasciata sola. A esaurirci raramente è la compassione.
La compassione, negli stessi studi, fa un'altra cosa: accende reti legate alla cura e all'affiliazione, e aumenta l'affettività positiva perfino davanti alla sofferenza altrui. Sente il dolore e insieme si avvicina.
Il che ribalta un'intuizione molto diffusa. Il problema del troppo raramente è sentire troppo. È sentire senza avere intorno la capacità di reggere ciò che sentiamo e allora l'unica uscita disponibile diventa chiudere.
Come lavorare davvero con il troppo
Paul Gilbert definisce la compassione in modo asciutto: sensibilità alla sofferenza, unita alla motivazione ad alleviarla.
Sono due movimenti, e il primo chiede più coraggio di quanto si ammetta volentieri.
Restare sensibile significa accettare di essere ferita, disturbata, complicata da ciò che vedo. Significa rinunciare all'anestesia proprio quando l'anestesia sarebbe lì, disponibile e gratuita.
Ecco perché la compassione mi sembra tutto tranne che una qualità morbida. È la capacità di stare vicino a ciò che fa male abbastanza a lungo da poter scegliere come rispondere, invece di reagire e basta.
E quando la capienza si allarga, succede la cosa che mi ha colpita quella mattina: gli stati contrastanti riescono a coesistere. La paura resta paura. E insieme trovano posto la curiosità, la tenerezza, l'indignazione, il dubbio, la voglia di capire meglio. La situazione conserva tutta la sua gravità, e diventa sostenibile.
Ci sono alcuni passi importanti da fare per lavorare davvero con il troppo:
La capienza si costruisce prima, e si spende dopo - è l'equivoco più comune: pensare che la pratica serva nel momento difficile, davanti alla notizia. Lì è già tardi. Quella mattina ho attinto a un deposito, e quel deposito era stato riempito in giorni molto meno drammatici.
Il corpo prima della mente - i piedi che toccano il pavimento, il peso sulla sedia, il respiro che rallenta. Il corpo è il contenitore vero: quando lo sento, la finestra di ciò che riesco a sostenere si allarga da sola. Trenta secondi prima di aprire il telefono mi cambiano l'intera lettura.
Dosare, invece di eliminare - momenti di apertura e momenti di chiusura consapevole. A un certo punto smetto di informarmi e comincio soltanto a espormi, e riconoscere quel punto è diventata una competenza
Distinguere lo stare dal rimuginare - stare con la paura dura minuti, si muove, cambia forma, apre. Rimuginare sulla paura dura ore, gira su sé stessa, restringe. Dall'esterno si somigliano e fanno l'opposto. La domanda che mi faccio: mi sto avvicinando a quello che provo, oppure sto costruendo scenari?
Tornare alle persone vere - è l'antidoto diretto all'intorpidimento, e lo suggerisce Slovic stesso: allontanarsi dai numeri, pensare alle persone dietro le statistiche. Una vita, un volto, una storia. La compassione ha bisogno di un'unità di misura che il cuore sappia leggere.
Ricordare che siamo tanti - L'intorpidimento si nutre dell'idea implicita che tocchi tutto a me, e che il mio gesto sia comunque irrilevante. La compassione respira meglio dentro un noi: qualcuno se ne sta occupando adesso, altri lo faranno domani, la mia parte è una parte.
Tendiamo a leggere tutto questo come una questione privata: igiene mentale, equilibrio personale, il proprio rapporto con le notizie.
A me sembra soprattutto una questione pubblica. Una comunità in cui tutti hanno imparato a distogliere lo sguardo perde progressivamente la capacità di rispondere a qualsiasi cosa. Le decisioni collettive si prendono su ciò che riusciamo a tenere davanti agli occhi; tutto quello che diventa troppo esce silenziosamente dal campo del possibile.
Allargare la propria capienza somiglia allora molto poco a un esercizio di benessere personale. Somiglia piuttosto a un modo di restare cittadini.
E comincia sempre da lì: tre secondi, davanti a un telefono, con il pollice fermo.
Quando tutto è troppo
Il 14 settembre teniamo un webinar gratuito che si chiama esattamente così: Quando tutto è troppo.
Un'ora per guardare da vicino questo meccanismo, il troppo, il girarsi dall'altra parte, e quello che la compassione rende di nuovo possibile.
Sarà anche l'occasione per presentare il Compassion Based Living Course, il percorso in cui la capienza si allena sul serio: otto settimane, dal 28 settembre online.
Il posto per iscriversi al webinar è qui
👉 https://www.innersight.it/calendario-corsi/quandotuttoetroppo-webinar-gratuito
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