Sit down to rise up. La mindfulness che si alza dal cuscino ed entra in azienda

Sono le tre e mezza del pomeriggio. Dalla mattina si sono susseguite una riunione, una telefonata, una cinquantina di messaggi e alle cinque scade una consegna. Una collega si avvicina con una domanda e ci sorprendiamo ad ascoltarla con un orecchio solo, gli occhi ancora fissi sullo schermo.

Magari quella mattina abbiamo meditato. Venti minuti seduti, il respiro, il corpo, i suoni della casa che si sveglia. E adesso eccoci qui, con le spalle alte e la mascella stretta. Accorgercene può essere scoraggiante: abbiamo praticato, eppure alla prima giornata piena ci ritroviamo dentro la stessa fretta.

Questa scena l’ho raccontata in un' intervista sulla mindfulness al lavoro che Antonella Buranello e io abbiamo rilasciato di recente. Rispondendo alle domande, ci siamo accorte che tutte le nostre risposte tornavano allo stesso punto: che cosa succede alla pratica quando ci alziamo dal cuscino e incontriamo le richieste della giornata?

Sul cuscino alleniamo l’attenzione. La portiamo al respiro, la mente se ne va tra pensieri, ricordi e preoccupazioni, ce ne accorgiamo e la riportiamo con gentilezza. In quel tornare c’è molto di ciò che ci servirà dopo: riconoscere dove siamo finiti, sentire come stiamo, ricominciare senza aggiungere un rimprovero.

Nei corsi ci scherziamo su: tra il dire e il fare c’è di mezzo la mindfulness. Sapere come vorremmo comportarci è relativamente semplice. Poi arriva la riunione delle undici, la mail che ci punge, il collega che ci interrompe, e quello che sappiamo sembra lontanissimo. È proprio lì che la pratica ha bisogno di trovare posto, attraverso tentativi, reazioni che riconosciamo in ritardo e occasioni in cui riusciamo a fermarci un momento prima.

Lo spazio che impariamo ad abitare

Il pilota automatico ci è prezioso. Ci permette di guidare, pedalare, compiere gesti abituali senza doverli ricostruire ogni volta. Il problema nasce quando il pilota automatico si attiva senza che ce ne accorgiamo, anche quando la situazione chiederebbe una risposta diversa: imbocchiamo la strada per l’ufficio mentre volevamo andare al supermercato, oppure rispondiamo a una persona prima ancora di aver capito che cosa ci sta chiedendo.

Con la pratica il pilota automatico resta e perde l’aggancio che ha su di noi. Possiamo accorgerci che è entrato in funzione e, poco alla volta, avere più libertà nel seguirlo. Tra ciò che accade e ciò che facciamo si apre uno spazio che impariamo ad abitare.

Prendiamo una riunione in cui qualcuno solleva obiezioni su una proposta a cui abbiamo lavorato per settimane. Mentre parla, stiamo già preparando la risposta. Ci preme spiegare, difendere il lavoro fatto, correggere quello che ci sembra un fraintendimento. Intanto ci sfugge una parte di ciò che l’altra persona sta dicendo.

Possiamo sentire il respiro che si accorcia, le spalle che si irrigidiscono, l’mpulso a intervenire subito. La pratica ci aiuta a familiarizzare con questi segnali. Riconoscerli durante la riunione può permetterci di restare ancora un momento in ascolto, fare una domanda, prenderci il tempo per rispondere. A volte ce ne accorgiamo soltanto dopo. Anche da lì possiamo comprendere qualcosa e prepararci all’occasione successiva.

Rabbia, paura e frustrazione restano parte dell’esperienza. Possiamo ascoltare ciò che ci dicono sui nostri bisogni, su quello che temiamo di perdere, su ciò che ci sta a cuore. E insieme considerare come esprimerle, quali conseguenze avranno le nostre parole e che cosa serve davvero in quella conversazione. È un lavoro che chiede curiosità e disponibilità a rivederci.

Quando l’ascolto chiede conseguenze

Quello che portiamo in una riunione riguarda anche gli altri. Un tono brusco può chiudere una conversazione; sentirci ascoltati può aiutarci a ritrovare la calma necessaria per affrontarla. Attraverso le relazioni possiamo sostenerci a vicenda nel ritrovare equilibrio: parliamo di co-regolazione emotiva.

Per questo nei nostri percorsi la pratica individuale si allarga al gruppo. Nei Cerchi di Ascolto Profondo (CAP) la parola passa a turno, senza interruzioni e senza dibattito. Sospendiamo per un po’ il bisogno di commentare o convincere. Può accadere che un collega che ci sembrava distante racconti una difficoltà che conosciamo bene. Quello che avevamo interpretato come disinteresse acquista un altro significato, e cambia il modo in cui possiamo incontrarci.

Per un’organizzazione, però, la domanda continua dopo il cerchio: che cosa facciamo con quello che abbiamo ascoltato? Quando emerge un sovraccarico, quali priorità possiamo rivedere? Se le persone raccontano che manca il tempo per confrontarsi, quale spazio siamo disposti a creare?

Qui si misura la coerenza del lavoro. Il rischio della McMindfulness è usare la pratica per reggere meglio il carico, lasciando intatte le condizioni che lo producono. Noi lavoriamo tenendo insieme l’esperienza individuale, le relazioni e le scelte organizzative, ispirandoci anche agli Inner Development Goals. La fiducia ha bisogno di conseguenze visibili: sapere che ciò che diciamo viene preso sul serio e può contribuire a cambiare il modo in cui lavoriamo.

Quando la missione chiede tutto

Questo diventa particolarmente delicato quando lavoriamo per qualcosa in cui crediamo profondamente. Il significato che troviamo nel lavoro può darci molta energia e rendere difficile riconoscere quando l’abbiamo esaurita. C’è sempre un’altra cosa urgente, un’altra persona da aiutare, un pezzo di progetto che dipende da noi.

Succede a chi si impegna per l’ambiente o per una causa sociale, a chi cura, a chi insegna. Mettere un confine può sembrare un tirarsi indietro. Chiedere aiuto può farci sentire inadeguati proprio rispetto a ciò a cui teniamo di più. La pausa diventa qualcosa da giustificare, persino a noi stessi.

Qui la mindfulness incontra la compassione per noi stessi: accorgerci della stanchezza e prenderla sul serio, riconoscere che ci serve sostegno, domandarci quale parte possiamo sostenere e quale va condivisa o ripensata. La gentilezza prende la forma di una conversazione sui carichi, di una richiesta precisa, di un limite che impariamo a esprimere. Anche il modo in cui ci prendiamo cura di chi lavora per una causa contribuisce a dare forma a quella causa.

Da qui può trovare spazio una speranza attiva, capace di restare nell’incertezza e continuare ad agire insieme. La nostra parte diventa più sostenibile quando possiamo riconoscerla come parte di un impegno condiviso.

Sit down to rise up è il motto che accompagna i nostri percorsi di mindfulness al lavoro. Ci sediamo per coltivare presenza, poi ci alziamo e incontriamo il luogo in cui quella presenza può prendere forma: le riunioni, le conversazioni difficili, le scelte che facciamo insieme.

La prossima volta che terminiamo una meditazione, possiamo portare attenzione al momento in cui ci alziamo. Ai primi passi, alla prima mail che apriamo, alla prima persona che incontriamo. La pratica continua lì, anche quando ce ne accorgiamo con gli occhi ancora fissi sullo schermo e qualcuno davanti che aspetta di essere ascoltato.

Puoi leggere l’intervista che ci ha fatto Greenpeace qui.

Gaia

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